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Isabella - Quella ch'è detta la fiorita etade,
secca ed oscura, solitaria ed erma
tutta ho passato qui cieca ed inferma,
senza saper mai pregio di beltade.
Qui non provo di donna il proprio stato
per te, che posta m'hai in sì ria sorte
che dolce vita mi saria la morte.
Il momento storico
Cinque secoli fa, in un castello romito, circondato da monti e boschi, c'era una donna che coltivava la poesia e la letteratura: Isabella Morra, vissuta in quell'angolo sperduto della Basilicata del XVI secolo. A quei tempi erano poche le donne cui era permesso studiare. Il '500 fu un secolo particolarmente ricco di poeti e letterati, sparsi un po’ dappertutto nella penisola italiana. Una penisola divisa in tanti stati, sottoposta a tanti padroni, ma straordinariamente unita da un'unica lingua, primo segno di un’unità culturale che tanto ha dato al mondo intero.
La causa di quest’ unità linguistica si fa risalire a Pietro Bembo, che indicò la lingua del Petrarca come modello ideale da seguire. Fu, dunque, il "Petrarchismo" a decretare l'unità culturale nazionale. Il Petrarchismo trovò diffusione anche a Napoli e da Napoli fu portato nella periferia dei singoli feudi meridionali dai nobili che si interessavano di letteratura. Il padre di Isabella, Giovan Michele Morra, proveniva dai circoli umanistici di Napoli e poetava seguendo lo stile del Petrarca. Colto e letterato, egli volle, nel suo lontano castello di Favale, dei precettori che avessero cura dell'educazione dei figli. I precettori costituivano, in quei tempi, uno dei tramiti più importanti per la diffusione della cultura e delle idee. In quest’ ambiente Isabella Morra poté usufruire di una educazione che solo una aristocratica poteva permettersi. Infatti la cultura e la letteratura italiane erano state, e sarebbero rimaste ancora a lungo, patrimonio della classe benestante. Le altre donne, quelle del popolo, potevano emergere solo se protette. Questo spiega perchè le poetesse del cinquecento o furono nobili o "cortigiane", come Veronica Fabro, meretrice e scrittora.
Isabella - Poscia, che al bel desir troncate hai l'ale,
che nel mio cuor sorgea, crudel Fortuna,
sì che d'ogni suo ben vivo digiuna,
dirò, con questo stil ruvido e frale,
causato sol da te, fra questi dumi,
fra questi aspri costumi
di gente irrazional, priva d'ingegno,
ove, senza sostegno,
son costretta a menare il viver mio,
qui posta da ciascun in cieco oblio.
Facciamo, ora, una breve incursione nel tempo e nell'ambiente culturale di Isabella, per capire le cause che ne determinarono la tragica fine. Secondo Benedetto Croce Isabella pare sia nata nel 1520 e morta nel 1546. Nel 1519 Carlo d'Asburgo, re di Spagna, aveva ottenuto anche la corona imperiale, e regnava in Europa e in America con il titolo di Carlo V imperatore. In Europa la Francia, che si sentiva accerchiata dalla potenza spagnola, reagì con una guerra che durò circa quarant'anni e proseguì oltre la terrena esistenza dei suoi fautori. Nel 1526 Carlo trionfò su Francesco I che, nel giro di pochi mesi, organizzò una lega antispagnola, la lega di Cognac, della quale faceva parte anche il papa Clemente VII. Carlo V allora gli scatenò contro i lanzichenecchi che si abbandonarono al sacco di Roma. In ritardo il re Francese si mosse in aiuto del papa con l'invio di un grosso esercito al comando del generale Lautrec che, invece di puntare su Roma, cercò di isolare il nemico tentando l'occupazione del regno di Napoli. Era aiutato dalla flotta, comandata da Andrea Doria. L'operazione di Lautrec sembrava riuscire con grande facilità, perchè molti baroni meridionali simpatizzavano per la Francia, che aveva regnato a Napoli con i d'Angiò fino al 1442, quando furono scacciati da Alfonso d'Aragona, appoggiato dal fratello Pietro, infante di Spagna. Gli aragonesi, stirpe superba e crudele, flagello delle nostre contrade, ridussero il nostro Regno da potente a povera provincia di un lontano Impero. Per questi motivi erano invisi ai nobili che mal vedevano anche gli spagnoli, subentrati nel 1504, quando il regno di Napoli divenne vice regno di Spagna, dopo la morte dell'ultimo degli Aragona. Ritorniamo al 1526. L'improvviso passare alle dipendenze asburgiche di Andrea Doria e la morte di peste di Lautrec sotto le mura di Napoli, misero fine a questa prima fase della guerra. Con la stipula della pace di Cambrai nel 1529, il regno di Napoli rimaneva alla Spagna e papa Clemente VII incoronò Carlo V re d'Italia e di Napoli. Il sud entrò tragicamente in questa storia come terra di rapina e di vendetta, di tradimenti e di lotte civili. Riscoppiarono antichi odi e antiche rivalità tra i baroni, divisi tra francesi e spagnoli. Frequenti furono le lotte fratricide, come quelle scoppiate tra i Morra e i Sanseverino. Tutto il territorio meridionale fu depauperato e dilacerato. La vittoria di Carlo V costò cara ai baroni filo francesi. La reazione scatenatasi fu violenta sia per le punizioni inflitte che per gli abusi commessi. Lo stesso imperatore, preoccupato per la gravità delle punizioni e degli abusi, intervenne con un indulto a favore di quei baroni che avevano parteggiato per Francesco I. Tra i sudditi furono esclusi da ogni clemenza compariva anche il nome di Giovan Michele Morra, padre di Isabella e barone di Favale, che era già fuggito in Francia e viveva a Parigi insieme al figlio secondogenito, Scipione.
Isabella - D' un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
se alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.
L'ambiente economico e sociale
Benedetto Croce, cui si deve la scoperta di Isabella Morra, nel visitare i luoghi ove la poetessa visse, ne sottolinea il carattere impervio e orrido. Nel '500 doveva essere peggiore. L'intera zona era ricoperta di boschi e di paludi; gli abitanti erano rozzi nei costumi e nel carattere e, come disse lo storico Camillo Porzio, inadatti alle armi. Non combatte vano contro i principi, ma ne subivano le scorribande. Nelle annate più prospere la Basilicata produceva grano e riusciva anche ad esportare olio, legumi e seta. Inesistente era l'industria. Estesa era la pastorizia, mortificata dalle numerose tasse che i pastori dovevano pagare alla corona e ai baroni. La delinquenza era diffusissima e garantita dall'impunità. Ogni nuovo re di Napoli, al momento dell’incoronazione, usava elargire grazie, perdoni e remissioni a tutti i delinquenti e, "a tal causa, la malizia è così aumentata che anche molti nobili, chiamati in giudizio, si sono rifiutati, sostenendo che non è uso giudicare i nobili del Regno." Quindi la Basilicata e tutto il meridione erano in mano a delinquenti e nobili, delinquenti essi stessi, che usavano contro il popolo ogni sorta di sopruso. Tra guerre, tasse, delinquenza, soprusi, ricatti, la povera gente stentava a sopravvivere. Frequenti erano i tumulti popolari, subito soffocati nel sangue. Un’insurrezione va ricordata, perchè fa onore alla gente del sud. Nel 1547 le popolazioni del Regno si sollevarono contro l'introduzione del tribunale dell'Inquisizione. Questa era la realtà in cui viveva Isabella Morra con la sua famiglia.
In tale ambito si può spiegare la tragedia di sangue in cui fu coinvolta innocente e la fragilità della sua figura e della sua anima, che conferisce alla sua poesia, nel quadro della letteratura leziosa e
accademica del '500, un carattere diverso: quello della vita vissuta e tragicamente sofferta.
Isabella - Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.
L'organizzazione culturale
Ci siamo limitati brevemente solo al periodo storico che ci interessa, e cioè quello in cui visse la Morra perché, nel XVI secolo, la realtà italiana era molto complessa. Spenderemo qualche parola in più, invece, sull’organizzazione culturale, poiché questa è estremamente interessante.
L'Italia, come già ricordato, era unita dalla lingua e dalla dovizia di pittori, scrittori, architetti. Nelle corti dei Medici, dei Gonzaga, dei Montefeltro, degli Sforza, grazie al mecenatismo dei loro signori, si poetava, si commissionavano opere d'arte, si accoglievano artisti. La Toscana fu da esempio per l'epoca. Lì, infatti, la nascita dei Comuni, la partecipazione dei cittadini alla gestione della "res publica", la ricchezza dovuta al commercio, garantirono le condizioni per un’intensa vita spirituale. Nel mezzogiorno il popolo non fu mai parte attiva nelle scelte politiche, perché governo e dinastia cambiavano o con un matrimonio o con una guerra. Quando sul trono di Napoli salì Alfonso d'Aragona, (1443), la cultura a Napoli assunse una dimensione nazionale ed europea. Nel giro di pochi anni Napoli raggiunse il livello di Padova, Firenze, Venezia e Bologna. Alfonso fece della sua corte un centro di raccolta dei più grandi ingegni non solo napoletani, ma italiani e stranieri. Con il suo successore, Ferrante, continuò la fioritura politica e culturale di Napoli. Dopo la sua morte, la casa aragonese rimase in piedi fino al 1504, quando il regno di Napoli fu attribuito alla Spagna. Ma quello che a noi interessa è lo sviluppo delle tendenze culturali nate sotto la dinastia aragonese. Alla luce di questo, infatti, si può capire il momento storico entro cui si colloca la poesia della Morra e dei petrarchisti meridionali. Alfonso d'Aragona si circondò di umanisti, ma anche di coloro che si esercitavano a scrivere in volgare. Nel napoletano succedeva quello che a Firenze i Medici favorivano: la valorizzazione della poesia nella lingua "volgare", assunta a nuova dignità. Ma la cosa più rilevante è che la cultura napoletana si dà un carattere organizzato, che si istituzionalizza nei cenacoli e nelle accademie. Ciò costituisce una novità assoluta per il Sud. Grazie a quest’ organizzazione, la cultura napoletana si mette al passo con gli altri centri Italiani ed inizia ad essere tessuta la trama che costituirà il connettivo della cultura e della lingua nazionale. Il processo di uniformazione della realtà culturale italiana è legato a fattori politici, ma è anche connesso ad alcuni fatti sociali, come l'invenzione della stampa e l'educazione umanistica, sempre più diffusa, pur se limitata ad una èlite. Né va sottaciuto il comparire di un primo nucleo di sentimento nazionale, affiorato come reazione alle invasioni straniere e alle guerre che la Francia e la Spagna combattevano in territorio italiano. Tale sentimento era rafforzato dalla coscienza del primato culturale raggiunto nel Rinascimento nella nostra Penisola. Tutto quanto detto fino ad ora è per capire come l'estremo Mezzogiorno d'Italia si sia trovato schierato sulla linea del petrarchismo e il salto di qualità compiuto dalla letteratura meridionale del '400 e del '500. La lingua parlata nel Regno, ancora rozza e piena di ritmi ed elementi dialettali, si andò evolvendo verso un modello dotto e curiale, che poteva ben dirsi unitario e nazionale. Ecco perché, anche tra i dirupi boscosi e solitari di Favale, si potevano ascoltare versi di tale fattura:
Isabella - I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo, piangendo la mia verde etade,
me che in sì vili ed orride contrade
spendo il tempo senza lode alcuna.
Napoli diventò, quindi, la capitale culturale del mezzogiorno. I giovani vi giungevano da ogni parte del regno per compiere i propri studi, già da quando Federico II di Svevia vi fondò l'Università nel 1217. Questo fenomeno è durato fino a qualche decennio fa, fino a quando, cioè, non sono sorte nel sud altre università. Per questo motivo la cultura meridionale fu solo "napoletana". Gli autori di maggior rilievo, nei secoli XV e XVI, furono Masuccio Salernitano e Jacopo Sannazzaro, che scrissero sia in latino che in volgare. Ma fu con Sannazzaro, con la sua Arcadia, che la letteratura meridionale si inserisce nell'alveo della cultura nazionale. La letteratura meridionale si uniformò a quella nazionale, la cui influenza ne ampliò i contenuti e l'arricchì di moduli stilistici più elaborati. Ma, nel contempo, le fece perdere la sua anima popolare ed ogni prospettiva di sviluppo autonomo. La poesia del XVI secolo idealizzava il reale rappresentandolo in chiave idilliaca e bucolica: la vita perse i suoi contorni reali e la letteratura si popolò di pastorelli felici, di cacciatori innamorati, di anime solitarie, in un’uniformità che cancellò i tratti peculiari di ogni regione. La letteratura meridionale si propone, con suoi contenuti, solo dopo l'unità d'Italia, quando, con la "questione meridionale", non solo si distinse da quella nazionale, ma assunse linguaggio e realismo autentici e fortemente drammatici. Il sud prende voce grazie a Verga, Capuana, Vittorini, Brancati, Scotellaro, Serao, Tomasi di Lampedusa, Alvaro, che rappresentano la vita vera e sofferta della gente del sud.
Nel '500, invece, la letteratura si ispirava a modelli letterari, lontani dal vissuto del popolo e della stessa classe dominante. Solo nei componimenti popolari, in dialetto, si potevano cogliere la miseria, la sofferenza e le difficoltà nelle quali vivevano i sudditi del regno di Napoli.
Su questo sfondo si muove la figura di Isabella Morra, poetessa umile e conosciuta anche presso i letterati del tempo. Forse i suoi versi furono solo lo sfogo di un'anima solitaria e sensibile. I suoi versi, dice il Croce, furono trovati fra le carte della sua stanza dalla polizia che indagava sul suo assassinio e furono acquisiti agli atti del processo come documenti che potevano spiegare la sua vita e chiarire le cause della sua morte.
Isabella - Torbido Siri, del mio mal superbo,
or che io sento da presso il fine amaro,
fa tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui il torna il suo destino acerbo.
La famiglia Morra
Angelo de Gubernatis, nella presentazione del suo "Isabella Morra" le rime ristampate, del 1907, scrive: "La famiglia ch'ebbe antica signoria in Morra è certamente una delle più antiche, delle più nobili, delle più illustri del Napoletano." Ne fa risalire le origini, citando studiosi dell'epoca, al VI secolo dell'era volgare, ad un duce Morra, ufficiale dei Goti. Le notizie che cita il de Gubernatis provengono da un discendente dei Morra, Marcantonio, regio consigliere, che, nel 1629, pubblicò a Napoli la storia della sua famiglia. Io faccio capo, come il de Gubernatis, allo stesso testo, che dovrebbe essere attendibile, proprio perché scritto, solo un secolo dopo, da un discendente diretto. Giovan Michele Morra, signore di Favale, baronia posta sul fiume Sinni in Basilicata, aveva avuto sei figli maschi e due femmine dalla moglie, Luisa Brancaccio. I maschi si chiamavano: Marcantonio, Scipione, Cesare, Decio, Fabio, Camillo, tutti grandi nomi dell'antica storia romana; la scelta di tali nomi palesa l'amore per la storia e la cultura classica.
Alle due femmine fu imposto il nome di Isabella e Porzia che, in età matura, andò in sposa a un avvocato. Il Morra era "di picciol corpo ma di grande animo". Dopo la sconfitta dei Francesi, per i quali parteggiava, Giovan Michele fuggì a Roma con il figlio Scipione e da Roma si rifugiò in Francia. Siamo nel 1528 e Morra scappò non per viltà, ma perché, in caso di confisca, la sua baronia potesse tornare ai figli che non avevano combattuto contro la Spagna. Fu così che, prima esclusi dalla restituzione, i figli rimasti poterono rientrare in possesso delle terre, affidate al primogenito Marcantonio. Il secondogenito Scipione, "giovinetto di sommo ingegno, di tenace memoria, nutrito di buone lettere e specialmente erudito in latino e in greco" rimase a studiare a Roma, presso la scuola Vaticana, dove fu notato dall'ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Costui lo ammirava tanto, da convincere la regina Francese Caterina de' Medici a nominarlo suo segretario particolare.
Isabella - Tu, crudel, de l'infanzia in quei pochi anni,
del caro genitor mi fèsti priva.
Seguitata m'hai sempre, empia Fortuna,
cominciando dal latte e da la cuna.
Isabella soffrì molto per la mancanza del padre e del fratello Scipione. A Parigi questi due si inserirono bene alla corte di Francesco I, per il quale avevano parteggiato e avuto le terre confiscate. Il re, munifico con i profughi italiani, assegnò una pensione di 400 tornesi a Giovan Michele e affidò incarichi di fiducia a Scipione. A Favale la vita, invece, scorreva sconsolata e grama. Nel 1533, finalmente, il primogenito Marcantonio riuscì a riavere il feudo paterno dopo aver pagato una multa e dimostrato di non aver preso le parti della Francia. Isabella, dunque, viveva a Favale con i fratelli che amavano la caccia, le bisbocce, le liti con i vicini e i servi e continuava i suoi studi, probabilmente insieme al più giovane dei fratelli, Camillo, il cui nome non compare nelle vicende che andremo ad analizzare, proprio perché adolescente. Se, e questo è dimostrato da documenti, il padre lasciò Favale nel 1528, nel 1546 Camillo poteva avere almeno 18 o 19 anni, ipotizzando la sua nascita poco prima o nell’anno stesso dell’esilio del padre. E questo spiega la presenza ancora, a Favale, di un precettore, forse lo stesso che aveva seguito Isabella e Scipione, con il quale la stessa Isabella continuava a studiare. Gli altri fratelli avevano un’istruzione meno classica e più pratica, ed incarnavano in pieno lo spirito dell’epoca e dei nobilotti di provincia, sempre pronti a sguainare la spada per un nonnulla, fieri della propria tracotanza, con la possibilità di imperversare sulle proprie terre senza legge alcuna, garantiti da quell’impunità di cui si è già parlato. Al primogenito, che ereditava le proprietà, era sufficiente avere quelle conoscenze necessarie per l’amministrazione del proprio feudo. I cadetti dovevano guadagnarsi da vivere diversamente: studiavano, prendevano i voti o diventavano soldati di ventura. Sola ed isolata dal mondo, in questo clima di non celata sfrontatezza, Isabella finì con l'idealizzare la figura del padre che, dopo la restituzione del feudo a Marcantonio, preferì comunque rimanere alla corte di Francia e continuare a scrivere versi e a gareggiare nei certami accademici. La giovane, ignorando tale decisione paterna, ritiene, quindi, la Fortuna unica responsabile di quanto accaduto a lei e alla sua famiglia:
Isabella -Fortuna che sollevi in alto stato
ogni depresso ingegno, ogni vil core,
or fai che il mio in lagrime e in dolore
viva più ch'altro afflitto e sconsolato.
Diego Sandoval de Castro
Il Destino, o la Fortuna, come narra il genealogista della famiglia, "percosse e agitò più crudelmente i Morra restati a Favale". La moglie di Giovan Michele, Luisa Brancaccio, era rimasta a Favale con gli altri figli: Marcantonio, Cesare, Decio, Fabio, Camillo, Isabela e Porzia. Poco distante dalla terra di Favale sorgeva il castello di Bollita, di cui era signore Don Diego Sandoval de Castro, nobile spagnolo, marito di Donna Antonia Caracciolo, reggente della castellania di Cosenza e prefetto di Taranto. Quella parte estrema della Basilicata confina con la Puglia. Tra le due famiglie c'erano rapporti di cortesia e di rispetto, come quelli che intercorrono tra buoni vicini. Secondo Giovanni Caserta, studioso di Isabella, nell'animo consumato dalla solitudine e dal rimpianto si insinuò, lentamente, l'amore per l'unica persona che sembrava capire i suoi tormenti: Diego de Castro. Il padre di don Diego aveva ricevuto, in cambio dei servigi prestati al re Ferdinando il Cattolico, il feudo di Bollita, oggi Nova Siri. Secondo il de Gubernatis, invece, il feudo era parte della dote della moglie, Antonia Caracciolo. In ogni caso i de Castro risiedevano a Bollita e don Diego vi tornava quando i suoi numerosi impegni di reggente glielo consentivano. Don Diego aveva qualche anno in più di Isabella. Il Croce ricorda che nel 1533 aveva già una certa fama di poeta ed era di bell'aspetto. Né da meno era la bellezza dell'anima "che in sì bel corpo più graziosa luce". Nel 1542 aveva pubblicato a Roma un volumetto di poesie, dal quale non si ricava nulla sulla sua biografia. Fu anche a Firenze, ove era iscritto all'accademia fiorentina, e aveva stretto amicizia con molti poeti, tra cui Luigi Alamanni, che mise in contatto epistolare con Isabella. Un uomo affascinante, colto, di bell'aspetto che, di sicuro, possedeva un'aria spavalda da "bravo", e, come dice il Croce, aveva anche qualche problema con la giustizia spagnola. Il che lo induceva a stare lontano da Bollita per lunghi periodi. Forse, proprio perché legata al fascino che esercitava la sua figura di avventuriero poeta, si consolidò la storia della sua relazione con Isabella o del presunto amore della poetessa nei suoi confronti. I versi della poetessa, però, ci inducono a credere che questa fosse solo una diceria. Se Diego era di bel corpo, come immaginiamo Isabella? Di sé dice "senza saper mai pregio di beltade". Era dunque bella e considerava la sua bellezza un inutile dono, che non sapeva a chi offrire. Forse non alta, come il padre, ma minuta, con le mani piccole e forti, abituate a scrivere e a ricamare, occupazioni adatte alle fanciulle della sua condizione. A Bollita don Diego, durante uno dei suoi brevi soggiorni, conobbe Isabella, già diventata amica della moglie. Di quest'amicizia de Gubernatis pensa di aver trovato traccia nel IV sonetto:
Isabella - Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,
de la tua ricca e fortunata riva,
s'ivi alberga colei, che il cielo irato
può far tranquillo e la mia speme viva.
Isabella parla di speranza.
Perché? Se la moglie di De Castro rappresentava una speranza per la poetessa, è possibile credere che ella, credente e rispettosa delle buone costumanze, abbia potuto abbandonarsi ad un amore illecito, che abbia potuto amare il marito di una donna che le si mostrava amica? La storia è confusa e tutto si può immaginare. Certo è che la famiglia de Castro significava, per Isabella, forse l'unico tramite con il mondo. La verità non la conosceremo mai. Secondo de Gubernatis i de Castro avevano progettato la fuga di Isabella verso la Francia. Tutto era pronto, anche la nave che don Diego aveva allestito nel porto di Taranto:
Isabella - ... l'odor de la vermiglia rosa
di dolce aura vital nodrisce l'alma,
che soglian fare i sacri Gigli d'oro.
I gigli sono nello stemma della casa di Francia ed Isabella sperava di poter raggiungere il padre ed il fratello con l'aiuto dei suoi amici nobili. Nel frattempo si era stabilita una corrispondenza tra Isabella e don Diego, che, pare, firmasse le lettere con il nome della moglie. I due, accomunati dalla poesia, si scambiavano versi, sonetti, rime e si servivano del pedagogo di casa come intermediario per il recapito delle missive. Secondo il cronista della famiglia ci fu, tra i due, lo scambio di una sola missiva. Secondo le voci dell'epoca, emerse durante il processo ai fratelli, la relazione tra don Diego ed Isabella era cominciata tempo addietro e la corrispondenza era costante. Forse l'infatuazione vi fu solo da parte di Isabella, sulla quale agiva il fascino del poeta e dell'uomo di mondo, bello e ricco. Nelle rime non si trova, però, alcun riferimento ad un amore preciso, bensì a un profondo bisogno d'amore. Intanto si parlava delle sue frequenti visite al castello di Bollita e le conclusioni che se ne traevano erano sfavorevoli alla poetessa. Le voci giunsero ai fratelli, che si sentirono offesi e traditi. Perciò spiarono le mosse della sorella, del pedagogo e di Sandoval de Castro. E non fu per caso che essi scoprirono le lettere pervenute alla sorella. In un pomeriggio del 1545 o all'inizio del 1546 sorpresero il pedagogo con un foglio indirizzato ad Isabella. A nulla valse sentire che era firmato da Antonia Caracciolo e che il pover'uomo era solo un umile servitore della famiglia, esecutore di un ordine ricevuto: lo pugnalarono e corsero nella camera dove Isabella attendeva. La porta si aprì, ma non entrò il maestro. I fratelli si precipitarono infuriati sulla giovane e la pugnalarono ferocemente, vendicando l'onore ferito e facendo tacere per sempre una delle più intense voci femminili del '500 italiano.
Quindi rivolsero la loro ira su don Diego, ma furono costretti ad aspettare alcuni mesi. Dopo l'assassinio della sorella, infatti, i Morra, per evitare il carcere, fuggirono dal Regno. Nella faccenda non fu coinvolto Marcantonio, che nel 1546 si era sposato da poco, ma Cesare, Decio e Fabio. Costoro avevano fatto sorvegliare e seguire don Diego da un uomo di fiducia. Quando seppero che il nobile si accingeva a tornare a Bollita, rientrarono in Lucania e, come racconta l'avvocato del Regno Antonio Barattuccio, " l'aspectaro in un bosco dui o tre dì ... et, passando, foro tirate tre archibugiate, l'una nell'occhio, un'altra fo tirata di spalle et una a la mittà del collo ..." Tre colpi, tre archibugiate: una da Cesare, una da Decio, una da Fabio. I tre fratelli, poi, riuscirono a fuggire in Francia dove, aiutati dal padre, si sistemarono abbastanza bene: Decio si fece prete e Cesare e Fabio sposarono delle nobili francesi. Nella relazione inviata dal funzionario reale al vicerè Toledo, datata 1546, si legge che .."la morte colse don Diego Sandoval de Castro per certe leggerezze a cui si lasciò andare con una hermana di un barone".
Isabella - ...ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunque io arresti, ovunque muova i passi;
E mentre io mi lagno giorno e notte
voi, del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d'altro miserando fine.
La poesia di Isabella Morra
Se, effettivamente, come dice il Croce, cui si deve la scoperta, Isabella è nata nel 1520, o, addirittura nel 1516, come sostiene qualche altro, nel periodo in cui ci fu la guerra tra la Francia e la Spagna, è difficile credere che il padre, proveniente da Napoli, abbia potuto portare i figli in quella città, essendo egli filo francese. Da questo si desume che Isabella abbia trascorso la totalità della sua vita nel castello di Favale. Difficile dire, immaginare, che da Favale, oltre alle visite fatte al castello di Bollita, abbia potuto spostarsi, dal momento che il padre fu costretto a lasciare la sua baronia nel 1528. Dove poteva mai andare Isabella, con quei fratelli e la madre anziana, che viveva ancora a Favale? E, se queste considerazioni sono giuste, ancora di più bisogna ammirare questa giovane donna per la quale l'unica fuga, l'unica possibilità per poter continuare a vivere era data dalla poesia. E se la sua poesia sviluppa temi elaborati secondo la lingua ufficiale che si andava formando nell'Italia di quel tempo, tuttavia possiede un grande, forte, contenuto intimistico legato non alla vita arcadica favoleggiata nelle corti del '500, ma alla sua reale condizione di donna. Accenniamo brevemente ai temi della poesia della Morra.
L'amore
Per Isabella l'amore è vagheggiato come un sogno, finalizzato al matrimonio.
Isabella - Guida Imeneo con sì cortesi affetti
e fa' sì caro il nodo ond'io m'allaccio,
che una sola alma regga i nostri petti.
Ma noi non sappiamo, come la tradizione vuole, se ella abbia mai amato materialmente Diego de Castro. Pensiamo di no, perché dai suoi versi non traspare alcun accenno ad un amore particolare, "umano". La stessa Antonia Caracciolo sapeva delle lettere scambiate tra Isabella e il marito, e sostenne, con il procuratore del re, che esse erano solo una trasmissione di sonetti e poesie. Quindi nessun amore illecito.
La fortuna
Altro tema ricorrente nel canzoniere della Morra è la Fortuna, causa prima di ogni vicenda personale e familiare:
Isabella - Così, a disciolta briglia,
seguitata m'hai sempre, empia Fortuna,
cominciando dal latte e dalla cuna.
Poiché non le erano sconosciuti gli dei della mitologia antica, la sua preparazione fondava sui classici che andavano di moda e costituivano la base della cultura del tempo.
Isabella - Sacra Giunone, se i volgari amori
son de l'alto tuo cuor tanto nemici,
i giorni e gli anni miei chiari e felici
fa', con i tuoi santi e ben concessi ardori.
Volgari amori, ben concessi ardori, una sola alma regga i nostri petti: ecco alcuni degli spunti che inducono a credere che la "tresca" con de Castro sia stata frutto di voci e pettegolezzi. Ma riprendiamo: si capisce, leggendo attentamente, che i miti, gli dei, Giunone, gli Imenei, sono vissuti con nostalgia e come una opportunità mancata e offrono alla poetessa la possibilità di parlare dei suoi sogni, oltre che delle sue pene.
Il padre, la Francia, Alamanni
Né sono esclusi dalla sua vena poetica i riferimenti alla Francia, al genitore lontano, al fratello Scipione e al poeta Luigi Alamanni.
Isabella - Francesco è l'arco della vostra lira
caro Luigi, onor del secol nostro,
del raro stil, del ben purgato inchiostro ...
La religione
Nelle canzoni si leggono spesso invocazioni ai santi, alla Madonna, a Dio. Isabella, che non ha conosciuto "né piacere di beltà né piacer di donna," trova conforto nella preghiera. A Dio non chiede perdono dei peccati commessi, ma Gli offre le sofferenze e i dolori della sua anima.
Solo così può sublimare la propria frustrazione psicologica e accettare l'infelicità della sua condizione, riuscendo a sopravvivere, a Favale. Nella religione cerca, quindi, la giustificazione al proprio dolore. E se una colpa ha avuto, è stata quella di non aver accettato cristianamente il suo destino, del quale spesso si è lamentata.
Isabella - O Dio, che insino a qui, tua gran mercede,
con questa vista mia caduca e frale
spregiar m'hai fatto ogni beltà mortale,
fammi di tanto ben per grazie erede
che sempre ami te sol con pura fede ...
La sua terra
La poesia di Isabella ha per sfondo la sua terra e il Sinni amaro. Il paesaggio, la campagna, il fiume non sono soltanto la cornice entro la quale si muove il canto. Rappresentano la realtà con la
quale, quotidianamente, doveva fare i conti e rappresentano, meglio d'ogni parola, i suoi stati d'animo. Il paesaggio diventa, in alcuni casi, il suo interlocutore:
Isabella - Ecco che un'altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o spirti ignudi di virtude e cassi,
udrete il mio pianto e la mia doglia eterna.
O, ancora, cita le "fere silvestri", il torbido Siri, i sassi, le orride ruine, le selve incolte, le solitarie grotte, indovine del "male nostro" e le invita a piangere con lei la sua miseranda fine. Il luogo, indicato come causa del suo mal, diventa unico confidente, sicuro, sincero, rappresentativo della sua doglia, odiato o amato come il suo Siri, sulla cui fortunata riva vive una donna che potrà aiutarla a fuggire da Favale. Il sentimento si intreccia strettamente con la poesia e il paesaggio diviene misura di espressione del sentimento. Questo tratto moderno della poesia di Isabella ci riporta ad un'altra anima dolente, che aveva in odio il "denigrato sito" dal quale riuscì a fuggire: Giacomo Leopardi. Leopardi ha descritto alcuni dei paesaggi lunari più belli della nostra letteratura:
"Che fai tu, luna, in ciel?
Dimmi, che fai, silenziosa luna ?"
(canto notturno di un pastore errante nell’Asia)
Notturni di quiete: "Dolce e chiara è la notte e senza vento
e queta sovra i monti e in mezzo agli orti
posa la luna e di lontan rivela
serena ogni montagna ...
(la sera del dì di festa)
Il paesaggio nel "canto notturno" da lo spunto, e sottolinea, la ricerca di una risposta al senso della vita. Nella sera del dì di festa il poeta, rivolgendosi alla sua donna, esprime il suo pensiero sulla “umana cognizione dell’infinito e misterioso spettacolo dell’esistenza e della vita e delle cose”. Nelle due liriche prese ad esempio il paesaggio è espressione dello stato d'animo e diventa anche il mezzo per trasmettere o la tristezza o la serenità, dando forza e spessore lirico al sentimento stesso e a ciò che il poeta intende dire e intende far capire. Il paragone tra Isabella e il Leopardi è immediato e spontaneo e la "modernità" della prima balza immediata agli occhi, se si confronta la sua poesia con quella del poeta di Recanati. E' giusto fare anche un paragone anche con una delle più conosciute poetesse del '500, Vittoria Colonna.
In un sonetto la Colonna scrive:
Oh viver mio noioso, oh avversa sorte!
Cerco l'oscurità, fuggo la luce,
odio la vita, ognor bramo la morte.
Quel che agli altri occhi offende ai miei riluce,
perchè chiudendo lor s'apron le porte
a la cagion che al Sole mi conduce.
Indubbiamente ben scritto, ben ritmato, che sottintende letture colte e studi classici. Si coglie la sofferenza, quella letteraria, dallo stile forbito e puro, si, cui manca, e lo intuiamo subito, il segno lasciato sull'anima.
Isabella - Corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio
a te consacro il mio:
la mente mia qual fu la sua statura
con gli occhi interni già scorge e misura.
Qui i versi portano dentro ...con gli occhi interni... la ...statura della mente,... e ci lasciano intuire gli insulti subiti dalla coscienza. Ma se Vittoria Colonna esprimeva il modo di scrivere tipico del '500, Isabella Morra, proprio perché lontana dalle corti, proprio perché isolata, ha dovuto trovare altri modi d'espressioni del segreto di un'anima, di una condizione esistenziale, dietro la quale si intravede una situazione economica, culturale e sociale che altro sbocco non ammette se non la
confessione e il pianto. La malinconia di Isabella ha, per questi motivi, radici ben più profonde e complesse di quella di Vittoria Colonna e delle altre poetesse del '500.
La morte
Altro tema interessante della poesia di Isabella è l'accenno alla morte, all'inesorabile e inutile consumarsi della sua esistenza:
Isabella- ...il vel dell'alma stanca...
...come neve bianca
dal sol, così da te si strugge ogn'ora ...
o la Fortuna crudele o l'empia morte ...
...che dolce vita mi saria la morte ...
Tra i termini usati, ricorrono spesso cieco, aspra, adversa, orride, tristo, torbido, miserando, solinghe, ruinate ...ma anche aggettivi luminosi e lievi, che designano una costante aspirazione alla luce e al sogno, all'amore e alla purezza ...chiara, lucente, caro, soave, beate, solare, tranquilla, largo, cortese, sacre, eterno, leggiadre ... Come in ogni poeta lirico, il paesaggio si colora dei sentimenti. Ella si avvicinò al Petrarchismo tramite gli insegnamenti del suo pedagogo e non partecipò, anche perché non ne ebbe il tempo, alla vita delle accademie. Per lei l'arte e la tecnica del poetare furono un mezzo di espressione e non occasione per gareggiare con gli altri accademici.
Infine un accenno al Canzoniere:
Il "Canzoniere" contiene, in tutto, 10 sonetti e tre canzoni. Fu scritto quando la poetessa era giovane, essendo ella morta prima di aver compiuto i 30 anni di vita. Ma è ricco di suggestioni che anticipano, con la "partecipazione" del paesaggio agli stati d'animo e alle emozione che riesce a trasmettere, future correnti letterarie. Le parole sono la fase finale di un’elaborazione che trova le sue radici nella sensibilità del poeta, il quale trasforma in segni grafici i moti più segreti della propria anima, consentendo al lettore di riconoscersi o di conoscere altri mondi interiori. Profetica è, dunque, la funzione del poeta ed Isabella, con il suo stile "umile e frale" risponde in pieno a queste considerazioni. Il suo stile pulito, elegante, scorrevole, nasce da un assiduo studio della grammatica e della sintassi e, pur se tipico dell'epoca, lascia intuire un lavoro continuo sui contenuti; un lavoro di limatura, che nulla toglie, malgrado gli spunti siano profondamente legati alla sua personale condizione, nulla toglie al lirismo della sua poesia.
Ho cercato di dare, nel poco tempo a disposizione, una visione il più possibile completa dell'epoca, della vita e della poesia della Morra. Non per dire che è una grande poetessa, ma che è una poetessa con una personalità autentica, voce fuori campo nella sua epoca, che anticipa linguaggio e contenuti "moderni". Ho detto del paesaggio, della religione, dell'amore come tensione ed aspirazione dell'anima. Le è mancata la Fortuna, sua grande nemica. Non ha avuto il tempo per crescere come donna e come poetessa. Ma la sua triste sorte ci ha lasciato in dono spunti di riflessione su come una donna, intelligente e sensibile, abbia trovato in sé la forza, grazie alla poesia, per sopravvivere ad una vita oggi per noi inconcepibile. La poesia di Isabella non è solo il canto di un’anima sofferente. Nei versi vi cogliamo la speme, il sogno, l'accettazione di una vita difficile grazie ad una fede sincera in Dio, unico conforto in tanta immensa solitudine:
Isabella- ... e nel solare e glorioso lembo
de la madre, del padre e del suo Dio
spero vedermi anch'io
sgombrata tutta del terrestre nembo,
e fra l'alme beate
ogni mio bel pensier riporle in grembo
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